11/01/2009
S.Paolo
Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto... questo sia oggetto dei vostri pensieri. ( Dalla lettera ai Filippési )
20:54
Scritto da : ae751
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22/11/2008
Natale,festa dell'amore
Amare non è facile, ma fa felici. Il mondo è pieno di amicizie tradite e di amori falliti. Di risentimenti, rancori, odi, litigi. Natale è la festa dell'amore. Incontrare l'amore vero, umile, che vince il male con il bene.
11:09
Scritto da : ae751
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18/08/2008
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Il famoso Inno all'amore tratto dalla Prima Lettera ai Corinti:
ma non avessi l'amore,
sono come un bronzo che risuona
o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,
e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne,
ma non avessi l'amore,
non sarei nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze
e dessi il mio corpo per esser bruciato,
ma non avessi l'amore,
niente mi gioverebbe.
L'amore è paziente,
è benigno l'amore;
non è invidioso l'amore,
non si vanta,
non si gonfia,
non manca di rispetto,
non cerca il suo interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell'ingiustizia,
ma si compiace della verità.
Tutto copre,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta.
L'amore non avrà mai fine".
00:07
Scritto da : ae751
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13/08/2008
Campo estivo: Impegno e mandato

Mi impegno
Noi ci impegniamo…
Ci impegniamo noi e non gli altri;
unicamente noi e non gli altri;
né chi sta in alto, né chi sta in basso;
né chi crede, né chi non crede.
Ci impegniamo
senza pretendere che gli altri si impegnino
con noi o per conto di loro,
con noi o in altro modo.
Ci impegniamo
senza giudicare chi non si impegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza cercare perché non s’impegna.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi mutiamo,
si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura.
La Primavera comincia con il primo fiore,
la notte con la prima stella,
il fiume con la prima goccia d’acqua,
l’amore col primo pegno.
Ci impegniamo
perché noi crediamo nell’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta
a impegnarci perpetuamente.
Primo Mazzolari

La solidarietà con i poveri è uno spazio privilegiato per accostarci a Dio.
Oggi Dio ci parla particolarmente attraverso i bisognosi della terra in un grido di dolore che ci interpella, una dura realtà che ci giudica o un sapere ed un impegno che ci salvano. La Parola ci raggiunge da molte parti, come una comunicazione totale. Non si rivolge solamente all’orecchio. Raggiunge tutte le dimensioni del nostro essere e si apre un cammino fino al cuore della nostra vita. Possiamo vederla, toccarla, sentirla, gustarla. Si sposta, fa la sua strada e lascia ovunque traccia del suo passaggio. Non possiamo chiuderla né fissarla nei nostri scritti, nei nostri schemi, pur essendo chiara come il giorno. Sovente, quando siamo impegnati con i più poveri in una lotta per aiutarli a liberarsi dalle forme di oppressione in cui sono ridotti, siamo tentati di pensare che la preghiera sia come una perdita di tempo, come di minor importanza rispetto all’urgenza di lavorare per della gente che soffre, come impossibile a causa dell’impatto di una dura realtà che invade la nostra propria intimità, come un’evasione verso dei mondi che addolcirebbero la realtà e ce ne allontanerebbero. Incontrando Dio nella contemplazione non anneghiamo in un oceano di passività, né siamo invasi da una sorta di nostalgia. Nell’incontro con Lui siamo ri-creati. Dio è sentito come Colui che ci libera nella comunione affinché diventiamo capaci di scoprire e di accogliere la novità che Egli realizza nella storia. Dio non si accontenta di ascoltare il grido del povero, vittima delle strutture esteriori e dei tanti meccanismi che sono già penetrati in lui e l’opprimono dal di dentro, nella sua carne e nel suo sangue. Dio prega Lui stesso nel povero (cf Rm 8,26) e fa suo il grido del povero. Questo grido è simile a quello della donna al momento del parto. Isaia fa dire a Dio in modo audace: “Come la donna che partorisce, io gemevo e sospiravo” (Is 42,14). Il frutto che ne deriva è la luce che rischiara i nuovi cammini di un popolo cieco. Oltre all’immagine del parto, che esprime la forza creatrice di Dio nella storia, troviamo in Isaia un’altra immagine: la giustizia è seminata nella storia come la semente nella terra. Ecco perché Dio ordina che “si apra la terra e produca frutti di salvezza, e germini la giustizia: sono Io il Signore che faccio queste cose” (Is 45,8). Gesù stesso utilizzerà quest’immagine. Il Regno di Dio è come un seme caduto nella terra: germoglierà e crescerà senza che l’uomo sappia come (cf Mc 4,27). Gesù si vede lui stesso come un seme caduto nella terra fertile della storia per portare frutto (cf Gv 12,24). Il Signore della storia ci invita a creare con lui; non come meri esecutori di qualcosa di esterno a noi. I doni di Dio nascono in noi, mettono in moto la nostra immaginazione e le nostre mani; sono segnati dalla nostra impronta. Ogni processo creatore è pasquale, ogni parto è doloroso. Il parto doloroso e la terra che si fende perché nasca la pianta sono immagini di dolore, è vero, ma sono anche immagini di una vita nuova che progredisce verso la pienezza del Regno.
19:42
Scritto da : ae751
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